domenica 9 luglio 2017

MANIFESTO DEI MIGRANTI


Caro Ulisse, mio amico silenzioso ,
         la questione dei migrati dall’Africa (ma non solo dall’Africa) è oggi uno dei temi principali della politica nazionale ed internazionale.  Voglio anch’io dire la mia. 
Parafrasando  il famoso “Manifesto del partito comunista” scritto da Karl Marx e Fiedrik Engels nel 1848  traduco impressioni e giudizi sul fenomeno delle migrazioni,  in un mio
Manifesto della  migrazione
         Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro dell’altro, del diverso, che migra da un paese ad un altro .  Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una “santa” (perché ammantata anche da motivazioni religiose)  battuta di caccia contro questo spettro:  Italia, Francia Germania ed incredibilmente nazioni  (Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia) che fino a ieri hanno sofferto come “diversi” sotto gli occupanti nazisti e sovietici e che ora appaiono insensibili alle sofferenze di altri uomini, donne, vecchi e bambini, anzi sono in prima fila  nell’infliggere loro altre crudeli sofferenze.
Come scriveva Marx a proposito del comunismo,  è  ormai tempo che chi capisca i motivi della migrazione e ne intenda la sua forza evolutiva per l’umanità intera ,  esponga apertamente in faccia a tutto il mondo un  modo razionale di interpretare il fenomeno, e contrapponga alla favola dello spettro della migrazione,  un suo manifesto .  

I. Ricchi e poveri    (N.B. Tutti i corsivi nel testo delle citazioni del Manifesto del partito comunista, sono miei).
         Scrivono Marx ed Engels nel loro “Manifesto del Partito Comunista” :
          ""  La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressi (poveri) e oppressori (ricchi)  , furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.
         Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi.
La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.
         La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra:  le grandi società borghesi, libere, evolute, ricche ed acculturate e quelle proletarie,  sfruttate anche dalle loro dirigenze, rese schiave, povere e mantenute  ignoranti .  (E’ l’immagine perfetta dei popoli africani e del terzo mondo in genere)
Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della borghesia.
La scoperta dell'America, la circumnavigazione dell'Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, gli scambi con le colonie, l'aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all'industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all'elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione.””
Non dimentichiamo che oltre alla colonizzazione territoriale vi è stata, tragicamente inumana, la colonizzazione delle persone : la schiavitù. La bellissima e ricca Africa è quindi stata depredata dai cosi detti,  paesi civilizzati (sic!) dei suoi beni materiali ed umani.
         Prosegue il Manifesto del partito comunista” :  “”L'esercizio dell'industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nella singola officina stessa.   Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All'industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al ceto medio industriale subentrarono i milionari dell'industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.
         La grande industria ha creato quel mercato mondiale, ch'era stato preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso (globale)  al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta sull'espansione dell'industria, e nella stessa misura in cui si estendevano industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi tramandate dal medioevo.

Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto d'un lungo processo di sviluppo, d'una serie di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico.
         Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, insieme di associazioni armate ed autonome nel Comune, talvolta sotto la forma di repubblica municipale indipendente, talvolta di terzo stato tributario della monarchia, poi all'epoca dell'industria manifatturiera, nella monarchia controllata dagli stati come in quella assoluta, contrappeso alla nobiltà, e fondamento principale delle grandi monarchie in genere, la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistata il dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.
La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.
Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi.
La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro.
La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l'attività dell'uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate.  (e ora non sopporta le nuove migrazioni ?)
La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.
Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre.  (incredibile la preveggenza di Marx del  fenomeno economico del nostro secolo : la globalizzazione) . Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.
La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all'idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l'Oriente dall'Occidente.
La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale.
Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l'applicazione della chimica all'industria e all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d'interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?
Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l'organizzazione feudale dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate.
Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi.
Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell'industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali (e/o finanziarie ) che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l'esistenza di tutta la società borghese.
Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovraproduzione. La società si trova all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse. (Anche le crisi finanziarie vengono apparentemente risolte, ma in realtà  preparate al disastro, con la sovraproduzione, quella del denaro che produce denaro = vedasi i titoli tossici ed il credito indiscriminato )
         A questo momento -prosegue Marx - le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.  Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.  (i poveri, gli sfruttati ,  i perseguitati,  i civili coinvolti dalla violenze delle guerre, gli affamati che per sopravvivere loro e le loro famiglie sono costretti a migrare).
Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.
Con l'estendersi dell'uso delle macchine e con la divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere indipendente e con ciò ogni attrattiva per l'operaio. Egli diviene un semplice accessorio della macchina, al quale si richiede soltanto un'operazione manuale semplicissima, estremamente monotona e facilissima da imparare. Quindi le spese che causa l'operaio si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza dei quali egli ha bisogno per il proprio mantenimento e per la riproduzione della specie. Ma il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione. Quindi il salario decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il tedio del lavoro. Anzi, nella stessa proporzione dell'aumento dell'uso delle macchine e della divisione del lavoro, aumenta anche la massa del lavoro, sia attraverso l'aumento delle ore di lavoro, sia attraverso l'aumento del lavoro che si esige in una data unità di tempo, attraverso l'accresciuta celerità delle macchine, e così via.
L'industria moderna ha trasformato la piccola officina del maestro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici dell'industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottufficiali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto servi della classe dei borghesi, ma vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese fabbricante in persona. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente esso proclama come fine ultimo il guadagno.
Quanto meno il lavoro manuale esige abilità ed esplicazione di forza, cioè quanto più si sviluppa l'industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini viene soppiantato da quello delle donne [e dei fanciulli]. Per la classe operaia non han più valore sociale le differenze di sesso e di età. Ormai ci sono soltanto strumenti di lavoro che costano più o meno a seconda dell'età e del sesso.
Quando lo sfruttamento dell'operaio da parte del padrone di fabbrica è terminato in quanto all'operaio viene pagato il suo salario in contanti, si gettano su di lui le altre parti della borghesia, il padron di casa, il bottegaio, il prestatore su pegno e così via.
Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.
Il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza.
Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente.
Essi non dirigono i loro attacchi soltanto contro i rapporti borghesi di produzione, ma contro gli stessi strumenti di produzione; distruggono le merci straniere che fan loro concorrenza, fracassano le macchine, danno fuoco alle fabbriche, cercano di riconquistarsi la tramontata posizione del lavoratore medievale.
In questo stadio gli operai costituiscono una massa disseminata per tutto il paese e dispersa a causa della concorrenza. La solidarietà di maggiori masse operaie non è ancora il risultato della loro propria unione, ma della unione della borghesia, la quale, per il raggiungimento dei propri fini politici, deve mettere in movimento tutto il proletariato, e per il momento può ancora farlo. Dunque, in questo stadio i proletari combattono non i propri nemici, ma i nemici dei propri nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Così tutto il movimento della storia è concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria raggiunta in questo modo è una vittoria della borghesia.  (Si arriva così anche alle lotte dei poveri contro i poveri,  posti uno contro l’altro nella ricerca di un posto di lavoro o di una casa  e a tal fine disposti a qualsiasi posto di lavoro ed a qualsiasi mercede)
Ma il proletariato, con lo sviluppo dell'industria, non solo si moltiplica; viene addensato in masse più grandi, la sua forza cresce, ed esso la sente di più. Gli interessi, le condizioni di esistenza all'interno del proletariato si vanno sempre più agguagliando man mano che le macchine cancellano le differenze del lavoro e fanno discendere quasi dappertutto il salario a un livello ugualmente basso. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l'incessante e sempre più rapido sviluppo del perfezionamento delle macchine rende sempre più incerto il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di quegli eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse.  (o in migrazioni come gli italiani di ieri ed i neri di oggi)
Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. Essa è favorita dall'aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle diverse località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere. Ma ogni lotta di classi è lotta politica. E quella unione per la quale i cittadini del medioevo con le loro 
strade vicinali ebbero bisogno di secoli, i proletari moderni con le ferrovie la attuano in pochi anni.  (e con internet, in pochi minuti)
Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente. Essa impone il riconoscimento in forma di legge di singoli interessi degli operai, approfittando delle scissioni all'interno della borghesia. Così fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra.
         In genere, i conflitti insiti nella vecchia società promuovono in molte maniere il processo evolutivo del proletariato. La borghesia è sempre in lotta; da principio contro l'aristocrazia, più tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a contrasto con il progresso dell'industria, e sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte queste lotte essa si vede costretta a fare appello al proletariato, a valersi del suo aiuto, e a trascinarlo così entro il movimento politico. Essa stessa dunque reca al proletariato i propri elementi di educazione, cioè armi contro se stessa.
Inoltre, come abbiamo veduto, il progresso dell'industria precipita nel proletariato intere sezioni della classe dominante, o per lo meno ne minaccia le condizioni di esistenza. Anch'esse arrecano al proletariato una massa di elementi di educazione.
Infine, in tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo, il processo di disgregazione all'interno della classe dominante, di tutta la vecchia società, assume un carattere così violento, così aspro, che una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria, alla classe che tiene in mano l'avvenire. Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme.
Fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto è una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e tramontano con la grande industria; il proletariato è il suo prodotto più specifico.
Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l'artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di far girare all'indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per mettersi da quello del proletariato.
Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel movimento, sarà più disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie.  (vedi gli schiavi degli agricoltori meridionali e non)
Le condizioni di esistenza della vecchia società sono già annullate nelle condizioni di esistenza del proletariato. Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e figli non ha più nulla in comune con il rapporto familiare borghese; il lavoro industriale moderno, il soggiogamento moderno del capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo ha spogliato di ogni carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi borghesi.
         Tutte le classi che si sono finora conquistato il potere hanno cercato di garantire la posizione di vita già acquisita, assoggettando l'intera società alle condizioni della loro acquisizione. I proletari possono conquistarsi le forze produttive della società soltanto abolendo il loro proprio sistema di appropriazione avuto sino a questo momento, e per ciò stesso l'intero sistema di appropriazione che c'è stato finora. I proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le assicurazioni private che ci sono state fin qui.
Tutti i movimenti precedenti sono stati movimenti di minoranze, o avvenuti nell'interesse di minoranze. Il movimento proletario è il movimento indipendente della immensa maggioranza. Il proletariato, lo strato più basso della società odierna, non può sollevarsi, non può drizzarsi, senza che salti per aria l'intera soprastruttura degli strati che formano la società ufficiale.
La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. E` naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia.
Delineando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o meno latente all'interno della società attuale, fino al momento nel quale quella guerra erompe in aperta rivoluzione e nel quale il proletariato fonda il suo dominio attraverso il violento abbattimento della borghesia.
Ogni società si è basata finora, come abbiamo visto, sul contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava.   Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell'assolutismo feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l'operaio moderno (alias oggi l’abitante del terzo mondo, quello più povero) , invece di elevarsi man mano che l'industria progredisce, scende sempre più al disotto delle condizioni della sua propria classe. L'operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l'esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società.
La condizione più importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani di privati (di pochi privati) , la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro. Il progresso dell'industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all'isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall'associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.  La conclusione di Marx è nota : "PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI "
2)   Migranti:  i proletari di oggi
Il fenomeno non nuovo della migrazione ma oggi diverso per la sua sostanza di migrazione di massa  impone la soluzione dei problemi che all’epoca di Marx e di tutto il ‘900, ed ancora è in buona parte irrisolto, e cioè far convivere  la borghesia con il proletariato.
Il Manifesto del partito comunista dichiarava  “” che le proposizioni teoriche dei comunisti (quelle che ho ampiamente riportato sopra) non poggiano affatto su idee, su princìpi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. “
      A questo punto il Manifesto marxiano si addentra sugli strumenti necessari per risolvere la lotta di classe di cui ha ampiamente parlato ed afferma: “  L'abolizione di rapporti di proprietà esistiti fino a un dato momento non è qualcosa di distintivo peculiare del comunismo. Tutti i rapporti di proprietà sono stati soggetti a continui cambiamenti storici, a una continua alterazione storica. Per esempio, la rivoluzione francese abolì la proprietà feudale in favore di quella borghese.  Quel che contraddistingue il comunismo non è l'abolizione della proprietà in generale, bensì l'abolizione della proprietà borghese.   “”
         Lasciamo a chi sia interessato la prosecuzione nella lettura del Manifesto del partito comunista italiano, il testo che si è diffuso in tutto il mondo nella traduzione in tutte le lingue superato solo dalla diffusione della Bibbia. Si tratta della teorizzazione sia pure sintetica di una dottrina politica che, purtroppo  per una serie di motivi che sarebbe troppo lungo esaminare (in primis il difficile rapporto con la libertà) nella sua realizzazione (URSS) ha dato pessima prova di sé.  
         Tuttavia avvalendomi sempre in via parafrasica  del più volte citato “manifesto”  vorrei provare a rispondere ad alcune argomentazioni critiche del fenomeno delle “migrazioni”. Lo faccio senza un ordine di grandezza ed importanza ma come appaiono  nella mia testa :
11)    Si obbietta che i costumi, le credenze, anche religiose, dei migranti (che non sono solo africani, ma marocchini, siriani, indiani etc.) sono diverse da quelle occidentali e non integrabili con le nostre . Premesso che le nostre credenze (anche quelle religiose) ed abitudini non è detto che siano tutte valide e sostenibili,  dove sono gli strumenti della nostra presunta superiorità in educazione (nessuno nasce imparato) e e convivenza uno con l'altro,  se non la scuola, la vita in comune, lo sviluppo storico delle generazioni etc. etc.?  Sono convinto che con l'istruzione e l'esempio, e sopratutto con il tempo questa integrazione tra noi e gli immigrati si farà .       In verità dietro la conservazione di un certo stato di fatto di una certa situazione culturale e materiale si cela l’interesse di mantenere posizioni di potere esclusivo e si teme la diminuzione o addirittura l’eliminazione di questo potere.  Ma è giustificabile tale potere ?  Giustamente  Marx osserva che la società borghese ( che è fondamentalmente la nostra) è  “quella in cui coloro che lavorano, non guadagnano, e quelli che guadagnano, non lavorano. “ . Non può durare.
  2)    Si obbietta che  la nostra nazione non può sostenere l’attuale migrazione , soprattutto dall’Africa,  per motivi soprattutto economici data l’attuale situazione di crisi del lavoro.  Giustissimo ma l’emigrazione non è detto che debba concentrarsi in un solo luogo, anche se il luogo è tutta l’Italia con una percentuale di incremento della popolazione ancora molto bassa (mi pare l' 8%) .  Da qui la più che giustificata richiesta della collaborazione/solidarietà  europea,  con in più la  difficoltà e comunque tardiva, di intervento sulle motivazioni materiali e politiche che hanno determinato le migrazioni di un numero imponente di uomini, donne bambini.
3 3)   Si obietta che l’integrazione di questi “altri”  ( perché tali sono considerati con oblio totale che la base  pseudoscientifica della schoa era proprio nella alterità genetica dell’ebreo,) non è possibile o comunque inquinante delle nostre famiglie  . Interroghiamoci su che cosa si basa la generalizzata borghese famiglia attuale. Disseminata di separazioni e divorzi è in dimostrata diminuzione di natalità e di crisi nell’educazione e crescita dei figli che produce.   Siamo sicuri che sia un modello da contrapporre alle  famiglie degli “altri”,  ricchi di solidarietà umana  (la poligamia è pressochè scomparsa) e di prole ? Perfino gli zingari, prototipo del concetto di “altri e diversi” ,  saranno poco osservanti delle leggi borghesi ma strettamente uniti nei clan delle loro famiglie.
4 4)    Il lavoro: si non c’è o c’è né poco, ma “loro” lo fanno anche in condizioni disumane .  Ma pensate che non starebbero  a casa loro appena potessero sopravvivere loro e le loro famiglia ?  Fanno gli schiavi per non morire ?  Questo vuol dire portare via il lavoro agli italiani ?  Domandatelo a chi assume al lavoro un nero, o un indiano, o un siriano: perché  non assumi un italiano ? la risposta ve la darà lui e quando non assume nessuno è perché non c’ è lavoro per nessuno .  In tal caso cosa centra la “migrazione” ?.
55)    Vi è poi chi invoca la sacra tutela della patria, anche se la patria originale viene spezzettata in una patria locale. “ I poveri, i proletari non hanno patria -dice Marx  Non si può togliere - loro quello che non hanno. La prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe “.     I migranti debbono rispettare i doveri ma ottenere dei diritti.
66)     Al fondo di tutte queste obiezioni vi è sostanzialmente una mentalità “razzista”  quella di chi considera l’altro un diverso da sé con la pretesa di avere su di lui una superiorità biologicamente o anche solo storicamente  acquisita.  E’ questo razzismo che bisogna smontare con la discussione e con l’esempio.
Finisco citando ancora una volta il “Manifesto del comunismo”. Che dice:
         “Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.  Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.  Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.
Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni.  Non meritano d'essere discusse in particolare le accuse che si fanno al comunismo (alias integralismo)  da punti di vista religiosi, filosofici e ideologici in genere.
         C'è bisogno di una profonda comprensione per capire che anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale? Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.                 Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza.  Quando il mondo antico fu al tramonto, le antiche religioni furono vinte dalla religione cristiana. Quando nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alle idee dell'illuminismo, la società feudale dovette combattere la sua ultima lotta con la borghesia allora rivoluzionaria. Le idee della libertà di coscienza e della libertà di religione furono soltanto l'espressione del dominio della libera concorrenza nel campo della coscienza.
Ma, si dirà, certo che nel corso dello svolgimento storico le idee religiose, morali, filosofiche, politiche, giuridiche si sono modificate. Però in questi cambiamenti la religione, la morale, la filosofia, la politica, il diritto si sono sempre conservati.”
         Tuttavia – aggiungo io che sono un accanito relativista – le categorie indicate da Marx (la morale, la filosofia, la politica, il diritto) sono ancora quelle del ragionamento attuale ma  il loro contenuto è profondamente cambiato.  Marx insiste  che “vi sono verità eterne, come la libertà, la giustizia e così via, che sono comuni a tutti gli strati della società “.   Così Marx  che rivela la storicità della sua visione utopica : io  ritengo che verità eterne ed indiscutibili non esistano. Forse si chiameranno sempre verità  ma la loro interpretazione ed applicazione pratica si evolverà  nel tempo, come proprio il Manifesto dimostra, ed evolveranno ancora.  E’ la politica, bellezza !
         Invece mi piace pensare che esiste ancora  ed esisterà , “se questo è un uomo”,  la PIETAS  e con questo sentimento concludo con un  brano che ho tratto dal Sillabario Laico di Umberto Veronesi (ed. Corriere della Sera pag. 126) e che è il messaggio del mio "manifesto dei migranti"
NINNANANNA
Ho sognato che i Parlamenti di tutti i Paesi non poveri interrompano i lavori e dicano :”Andiamo!” Così , ecco belle navi forti e pulite partono per i Paesi della paura e della miseria. A bordo ci sono pediatri, medici, infermieri e anche nonne per fare carezze, raccontare favole. Com’è bello veder sventolare sullo sfondo dei mari i tricolori italiani e francesi, l’Union Jack dell’Inghilterra, la bandiera a stelle e strisce di quel sogno umano che fu l’America, e poi i vessilli di Svezia, Germania, Austria, Spagna, Portogallo, Norvegia, Olanda, Belgio. Tutto il cosiddetto “primo mondo”: che ha ritrovato il cuore e si affretta. Intanto, come nell’operazione Dynamo a Dunkerque, tutti i proprietari di imbarcazioni si caricano di taniche per il rifornimento e partono anche loro. Il mare, a perdita d’occhio, è pieno di navi e di barche che vanno verso gli sventurati. Li prenderemo tutti, lasceremo da soli gli uomini della morte, allora forse in quelle terre dilaniate calerà un silenzio terribile quello in cui gli Angeli dell’Apocalisse scenderanno da nuvole di tempesta.  Dateci tutte le creature vessate, spaventate, le donne e gli uomini senza diritti, i bambini senza sorrisi. Li portiamo via, stretti al nostro cuore: Poi li riporteremo, se vorranno. Li riporteremo in un giorno felice in cui ci saranno soltanto patrie (con i loro alberi, fiori, odori e suoni) e non nazioni con confini, cannoni e armi. Ora vengono con noi, a dormire, mangiare, andare a scuola e leggere libri. Potevamo aver paura ieri, di accoglierli. Oggi no perché abbiamo ritrovato il cuore, e sappiamo che si può mangiare in dieci dove si mangiava in due. Oggi ogni famiglia ne ha uno, due, quattro. Di notte, finito il rumore dei tram, le notti di pace cullano il respiro di tutti questi dormienti, al riparo delle lenzuola pulite e delle calde coperte. Come gli vogliamo bene ! come ci vogliono bene ! Non ne capiamo la lingua, ma impareremo e impareranno. Forse nascerà una nuova lingua, senza le parole cattive. Intanto stanotte, in tutti grandi rifugi che il mondo ha saputo aprire, vaga per l’aria un’immensa ninnananna fatta di respiri.  Anche per chi non crede, è una musica che si chiama Dio.   Umberto Veronesi

                                   Amen !   ANTONIO SARTORIS

P.S. Questi miei pensieri sono solo sollecitazioni a considerare le ineluttabilità storica delle evoluzioni della natura umana, e per me i fenomeni di migrazioni e successive integrazioni è un fatto storico ineluttabile. Ci vorranno dure lotte e sofferenze da parte di tutti ma  il suo tempo verrà anzi lo stiamo già vivendo.    A.S.









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